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Scilla, unitamente al litorale che va verso nord, è noto anche come Costa Viola per via della tipica colorazione violacea, che assume il mare e la montagna verso il tramonto.
La costa, che è alta e frastagliata, ha una lunghezza di circa 30 Km e comprende le località balneari di Favazzina, frazione di Scilla ed i comuni di Bagnara Calabra, Seminara e Palmi.
Con l’ausilio di una barca, si potranno ammirare spiaggette sabbiose interrotte dalla montagna rocciosa, meta di numerosi natanti visto che non ci si può arrivare via terra e dove a loro volta, è possibile scorgere delle piccole grottine formate dall’erosione del mare.
Il centro di Scilla, dominato dal Castello dei Ruffo, divide la cittadina in due baie ed un terrazzo sui quali si sono formati i tre quartieri principali: Chianalea, Marina Grande e il quartiere di San Giorgio.
Il passaggio dal mare alla montagna è veramente breve, in pochi chilometri, attraversando i Piani di Melìa, frazione anch’essa di Scilla, si arriva alla località di
Gambarie, nel territorio comunale di Santo Stefano d’Aspromonte, rinomata stazione turistica e sciistica a 1300 m. s.l.m.
La Storia
Per la posizione dominante sullo Stretto di Messina, Scilla fu da sempre un punto strategico per il controllo dei mari.
Primi abitanti furono i Tirreni, seguirono i Greci che si insediarono costruendo le prime fortificazioni e successivamente anche i Romani, durante il IV sec. a.C. contribuirono alla crescita della cittadina come centro marinaro.
Successivamente fu il periodo dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi, questi ultimi, nel 1421 assegnarono il feudo, come premio di fedeltà, alla famiglia De Nava di Reggio.
I Ruffo di Calabria furono tra le principali casate che dominarono la regione durante il Regno di Napoli, divenendo signori di molte località calabresi, tra cui Bagnara.
Nel 1783 un terribile terremoto scosse la Calabria e la Sicilia, provocando enormi danni anche a Scilla, chiese ed edifici andarono distrutti, numerose furono le vittime, anche il convento dei monaci Basiliani, dedicato a San Pancrazio (IX sec. a.C.) andò completamente distrutto.
Nel 1806 si insediarono prima i francesi e poi gli inglesi contribuendo alla ricostruzione della cittadina, purtroppo, un secondo terremoto disastroso (1908) scosse Scilla, condizionandone la prosperità.
Il Mito
Risaliamo per un attimo la letteratura epica con la famosa pagina dell’ Odissea scritta dall’ Omero. Scilla, era figlia di Foreo e Crateide, ninfa innamorata di Glauco, giovane pescatore. Un giorno si recò dalla Maga Circe per confidare il suo amore verso Glauco e la maga, incuriosita dalla descrizione dell’uomo, andò alla spiaggia per poterlo vedere. La maga se ne invaghì e temendo la competizione con Scilla, pensò di trasformarla in un mostro marino.
La creatura fu il terrore di tutti i naviganti che tentavano di avvicinarsi alla costa calabrese, scatenando terribili tempeste e divorando tra le sue fauci intere navi.
Gli stessi uomini di Ulisse furono inghiottiti in un sol boccone dal mostro e solo l’intervento di Glauco, lasciatosi morire per amore di Scilla e trasformatosi in Tritone marino, riusciva a placare le tempeste scatenate dalla creatura.
All’ira di Scilla si aggiungeva anche la furia di Cariddi, vortice che prendeva origine nella costa siciliana dello Stretto. Cariddi, figlia di Nettuno e della Terra, per aver rubato i buoi di Ercole venne fulminata da Giove e scaraventata in mare, dove fu tramutata in una spaventosa voragine. Da qui ne deriva il mito epico di Scilla e Cariddi, successivamente cantato nell’Inferno da Dante Alighieri.
Altro mito legato alla cittadina, racconta di un grossa aquila reale che scelse Scilla per nidificare ma non riuscendo a portare a termine la sua covata, rimase straziata dal dolore svolazzando su Scilla.
Giove, per non vederla soffrire, decise di pietrificarla e secondo tale leggenda, la rocca dove oggi sorge il castello, altro non sarebbe che la testa dell’aquila pietrificata.
In effetti, vista dalle alture, Scilla somiglia moltissimo ad un aquila con le ali aperte, (Marina Grande e Chianalea) e con la testa corrispondente al castello.
Il Borgo di Chianella (la piccola Venezia del Sud)
E’ il borgo dei pescatori, caratteristico rione, vi si arriva da due lati, attraverso due gallerie artificiali con vista sul mare, che passano sotto la rocca.
Una volta arrivati all’inizio del borgo, si lascia l’auto e si prosegue a piedi. Lungo la via, il profumo del mare e delle cucine caserecce è davvero intenso.
Si susseguono scorci con viste di case che sembrano galleggiare sull’acqua, barche tirate verso l’interno, pescatori intenti a riparare reti e nasse, scalinate, edicole votive e fontane, tra cui la fonte monumentale scavata nella roccia.
Si ha le sensazione di entrare nelle abitazioni, tale è l’intimità del quartiere, ascoltando le voci delle famiglie e cogliendo attimi di vita emozionanti.
Una serie di scogli sembra proteggere le case più esposte in inverno alla furia del mare, molte abitazioni hanno finiture particolari, addirittura si possono ammirare un terrazzo a forma di nave, balconi trasparenti che danno l’impressione di camminare sopra l’acqua, case unite tra loro da arcate, dai colori particolari, reti da pesca stese lungo le pareti.
A metà strada, un tunnel conduce al mare, verso una veduta davvero suggestiva, si possono infatti ammirare in tutta la loro maestosità, le abitazioni a stretto contatto con l’acqua.
Ed ancora locali tipici adagiati su palificate in mezzo al mare, Palazzo Scategna risalente al XV sec. ed ora adibito a lussuoso Hotel che gode di fama internazionale.
Lungo la principale via vi sono altre architetture interessanti quali Palazzo Giordani del 1543, la Casa Ruffo, la Villa Zagari e la Chiesetta di San Giuseppe dove moltissimi coppie vi si sposano per la suggestiva particolarità di essere vicina al mare.
I fondali di Chianalla sono ricchi di rocce e di vegetazione, rappresentando una meta interessante per gli amanti del turismo subacqueo e per gli studi geologici. |